La frutta del paradiso e la foresta profumata

25 Giugno 2018 16:02

Di Giuseppe Barbera, docente di colture arboree all’Università di Palermo

Un poeta spagnolo del Cinquecento aveva proclamato la Sicilia Orto di Pomona. La dea romana della frutta si univa a Demetra, dea dei cereali, e a Bacco, dio del vino, a celebrare la fertilità delle terre che, tra le prime nel Mediterraneo, avevano accolto le piante e le regole tecniche dell’agricoltura.  Al centro del mare tra le terre, tra tre continenti che si sono scambiati nel tempo piante, animali, conoscenze tecniche, costumi sociali e culturali, la Sicilia, a partire da 5000 anni fa, ha costruito un paesaggio agricolo, che si presenta come un mosaico di coltivazioni diverse e che si mostra, nella varietà dei suoi prodotti finali, sui banchi dei mercati. Alcune piante l’uomo le ha trovate nel territorio isolano, altre, nel tempo, sono arrivate da altre terre e dal sapere agricolo di altri popoli. Certo l’olivo e il fico, probabilmente la vite, non ce li ha regalati nessuno e neanche piselli e lenticchie, visto che tracce di pasti che li contenevano sono stati trovati scavando nelle grotte del Parco dello Zingaro, ma molto altro è dono di viaggi e di scambi tra le rive mediterranee, a partire dal frumento che fu il regalo inestimabile di un migrante di molte migliaia di anni fa.  Poi con i fenici abbiamo conosciuto il mandorlo dolce (prima ci dovevamo accontentare di un mandorlicchio terribilmente amaro) e quindi, con greci e romani, l’infinita meraviglia delle verdure e dei frutti: ciliegie e amarene, pistacchi, albicocche, melograni, pesche, gelsi, noci e nocciole, pere e susine… La dominazione islamica ci ha regalato i frutti più preziosi, gli agrumi e poi carciofi e melanzane, spinaci e angurie e dall’ America è arrivato il ficodindia a rendere inconfondibili i nostri paesaggi e il pomodoro ad esaltare il cibo. C’è un luogo privilegiato nelle terre siciliane, dove tutto questo è avvenuto al meglio. È la Conca d’oro di Palermo. Idrisi, il geografo arabo normanno, così la celebrava: le acque attraversano da tutte le parti la capitale della Sicilia, dove scaturiscono anche fonti perenni. Palermo abbonda di alberi da frutta… e dentro la cerchia delle mura che tripudio di frutteti, quale magnificenza di ville e quante acque dolci correnti, condotte in canali dai monti. I viaggiatori del Grand Tour paragonavano i suoi agrumeti a una foresta profumata e il più grande storico del Mediterraneo, Fernand Braudel, solo a lei ha assegnato l’aggettivo più prezioso che può darsi a un paesaggio: paradisiaca. Adesso che il paesaggio è cambiato, abbiamo un modo assolutamente efficace per difendere ciò che rimane dei suoi giardini e dei suoi orti: consumarne i prodotti, dando così forza alla sua agricoltura.

Prof. Giuseppe Barbera, docente di colture arboree all’Università di Palermo