Vino siciliano: mai così buono

25 giugno 2018 15:36

Di Fabrizio Carrera, giornalista

Quant’è buono il vino siciliano? Mai come oggi, grazie alla conoscenza, alla tecnologia, ad una certa disponibilità al confronto col resto del mondo.  Alla fine degli anni Settanta il nostro vino, venduto per decenni nella modalità sfusa per arricchire i vini anemici del resto d’Europa, aveva perso pure buona parte di questo mercato. Tre decenni dopo la situazione è cambiata per fortuna. È cresciuta la qualità, si sono moltiplicate le aziende, è cambiato il modo di fare il vino, si è ampliata l’offerta. Trent’anni fa al Vinitaly, le cantine siciliane partecipanti non superavano quota trenta. Oggi sono circa duecento. Si produce meno vino rispetto a quindici anni fa ma la media qualitativa è cresciuta. Meno uva ma più buona. Cinque lustri fa i bianchi prevalevano di molto sulla produzione dei rossi. Oggi il rapporto si è quasi invertito perchè si è capito che il clima siciliano favorisce le varietà di uva a bacca rossa, assecondando un po’ anche il mercato.

Non esiste una sola Sicilia del vino. Ma una Sicilia del vino con tante facce, con un’importante novità: i territori sono più forti dei singoli brand. Ecco allora il Cerasuolo di Vittoria  – l’unico vino a denominazione di origine controllata e garantita – unione felice di Nero d’Avola e Frappato prodotto nel sud est dell’Isola. Ecco l’Etna, sfavillante ed elegante, bianchi e rossi che vengono fuori in un terroir dalle caratteristiche uniche al mondo, oggi tra le zone del vino più trendy in assoluto. Ecco ancora le colline nissene e quelle del centro Sicilia, ideali per rossi corposi e longevi. Ma come ignorare i vini della minuscola Doc Faro, a Messina? Anche qui rossi unici e spiazzanti per piacevolezza e complessità. E aggiungiamoci anche l’inesplorato areale di Milazzo e dintorni per bere un Mamertino, ovvero un vino che la leggenda vuole già apprezzato da Giulio Cesare. Ed il viaggio continua pensando ai dolci e ai bianchi aromatici delle Eolie, le piacevolissime Malvasie, o i bianchi delle colline trapanesi sapidi e avvolgenti. Il mitico Marsala che registra segnali di risveglio da un ingiusto e troppo lungo letargo. E i vini dolci di Pantelleria, ventosa e solare isoletta vinosa. Ce n’è davvero per tutti i gusti.  Ma la forza del vino siciliano non sta solo nella conquista della piacevolezza. Sta in un’altra risorsa. Quella della biodiversità, un vero e proprio scrigno che adesso, finalmente, comincia ad essere apprezzato e valorizzato. Perchè oggi sarà la varietà autoctona a fare la differenza nella sfida globale. L’idea di fondo è che la Sicilia del vino di qualità parla prevalentemente ormai una propria lingua attraverso i Nero d’Avola, i Catarratto, i Nerello Mascalese, i Grillo, i Frappato e via proseguendo con l’ampia offerta che ci possiamo può consentire. Un patrimonio immenso che adesso sta trovando una piena consapevolezza. Qualità e autenticità sono le nuove password. C’è una Sicilia liquida tutta fa bere.

Fabrizio Carreragiornalista